Perdere peso non basta a evitare il diabete in un sottogruppo ad alto rischio, lo studio Tulip

Donna che misura il girovita con un metro in cucina accanto a verdure fresche

Una perdita di peso dell’8 per cento mantenuta per quasi nove anni non ha impedito al 41 per cento delle persone di un preciso sottogruppo metabolico di sviluppare comunque il diabete di tipo 2, secondo lo studio tedesco Tulip pubblicato a giugno sulla rivista Diabetes. Il dato sposta l’attenzione dalla bilancia alla composizione del grasso corporeo.

Un sottogruppo che resta vulnerabile nonostante il dimagrimento

L’analisi, condotta nell’ambito del Tübingen Lifestyle Intervention Program e firmata dal gruppo di Meier e colleghi, ha seguito partecipanti con prediabete divisi in cluster in base al profilo metabolico. Nel cosiddetto cluster 5, considerato il più fragile, il 41 per cento ha ricevuto una diagnosi di diabete nel corso di un follow-up medio di 8,7 anni, contro il 10 per cento circa registrato in un cluster a rischio più basso.

Il punto che i ricercatori sottolineano riguarda proprio la quota di grasso perso. I soggetti del cluster 5 avevano ridotto il peso in media dell’8 per cento e avevano mantenuto il risultato negli anni, un traguardo che le linee guida indicano come protettivo. Nonostante questo, la vulnerabilità metabolica non è rientrata.

Perché la sola perdita di peso non racconta tutto

  • Il peso è una misura complessiva e non distingue il tipo di grasso mobilizzato durante la dieta.
  • Una persona può dimagrire senza ridurre in modo significativo i depositi che alimentano l’insulino-resistenza.
  • Alcune alterazioni della funzione delle cellule beta possono essersi già consolidate prima dell’intervento.

Il grasso nel fegato come spia del rischio residuo

Uno degli elementi che separano il cluster 5 dagli altri è il contenuto di grasso epatico, risultato circa 2,4 volte superiore rispetto ai gruppi a basso rischio. A questo si accompagnano livelli elevati di fetuina-A, una proteina prodotta dal fegato che interferisce con la segnalazione dell’insulina e che gli autori collegano allo stato infiammatorio.

Il grasso viscerale e quello epatico, diversamente dal tessuto adiposo sottocutaneo, sono associati a un aumento del rischio di diabete, malattie cardiovascolari e infiammazione cronica. Nel cluster 5 questi depositi sembrano persistere anche dopo un dimagrimento consistente, lasciando intatta la spinta verso la malattia.

La secrezione insulinica che continua a calare

Il declino della funzione beta-cellulare emerge come il tratto più preoccupante. Gli autori hanno valutato la secrezione attraverso il rapporto tra l’area sotto la curva del C-peptide e quella del glucosio. «La secrezione insulinica è diminuita in tutti i gruppi nel corso degli anni, ma nel cluster 5 il declino è stato nettamente più pronunciato», scrivono i ricercatori.

Questa traiettoria suggerisce che nel sottogruppo più fragile la capacità del pancreas di compensare l’insulino-resistenza si erode progressivamente, indipendentemente dal calo del peso. È un meccanismo che aiuta a spiegare perché una dieta efficace sul piano estetico possa fallire su quello metabolico.

Cosa cambierebbe per la prevenzione personalizzata

Se questi risultati venissero confermati da studi prospettici più ampi, cambierebbe il modo di impostare la prevenzione nelle persone ad alto rischio. L’idea è passare da un obiettivo unico, la riduzione del peso, a strategie modellate sul profilo del singolo paziente.

Le direzioni indicate dallo studio

  • Misurare il grasso epatico e i marcatori come la fetuina-A per identificare chi resta vulnerabile.
  • Affiancare al calo ponderale interventi mirati sull’insulino-resistenza e sulla funzione beta-cellulare.
  • Rivalutare periodicamente il rischio anche in chi ha già raggiunto e mantenuto un dimagrimento importante.

Il lavoro di Tübingen non ridimensiona il valore del dimagrimento, che resta un pilastro riconosciuto. Indica però che, per una parte delle persone a rischio, la partita si gioca su parametri che la bilancia da sola non riesce a intercettare.

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