Prediabete reversibile, il professor Perseghin indica la finestra d’intervento prima che il danno si consolidi

Paziente e medico discutono di prevenzione del prediabete con dieta mediterranea

Il prediabete può essere invertito, ma la finestra d’azione si chiude in circa cinque anni dall’insorgenza: trascorso quel periodo, il danno alle cellule beta del pancreas tende a diventare strutturale. Lo ha spiegato il professor Gianluca Perseghin, ordinario di Endocrinologia all’Università degli Studi di Milano-Bicocca, il 12 luglio in un intervento dedicato al diabete di tipo 2 e al prediabete nel ciclo “Medici e Medicina” di Prima Milano.

In Italia si stima che oltre cinque milioni di persone si trovino in una condizione di prediabete, la maggior parte delle quali non ne è consapevole. Senza un intervento mirato, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, fino al 70% di questi soggetti svilupperà il diabete di tipo 2 nel corso della vita.

Cinque anni per agire prima che il danno diventi irreversibile

La progressione dal prediabete al diabete conclamato non è lineare né inevitabile. Secondo Perseghin, «nei primissimi anni dall’alterazione glicemica, il tessuto pancreatico conserva una capacità di recupero significativa, che si riduce progressivamente con il trascorrere del tempo». Questo significa che intervenire a 40 anni anziché a 50 può fare la differenza tra una patologia gestita e una cronica stabilizzata.

La soglia clinica del prediabete è definita da una glicemia a digiuno compresa tra 100 e 125 mg/dL, oppure da un’emoglobina glicata tra 39 e 47 mmol/mol (5,7–6,4%). Valori apparentemente modesti che, tuttavia, già segnalano una resistenza insulinica in corso e un rischio cardiovascolare aumentato.

Dieta mediterranea e attività fisica, le due leve confermate dall’ADA

Le linee guida 2026 dell’American Diabetes Association hanno ribadito il ruolo della dieta mediterranea e dei regimi a basso apporto di carboidrati come strumenti di primo livello nella gestione del prediabete. Il vantaggio non è teorico: in un’analisi di lungo periodo citata da Perseghin, i soggetti che hanno mantenuto un regime alimentare mediterraneo per almeno due anni hanno ridotto del 34% la probabilità di progressione verso il diabete di tipo 2 rispetto al gruppo di controllo.

L’esercizio fisico agisce con un meccanismo complementare ma distinto: migliora la sensibilità insulinica attraverso l’aumento della massa muscolare e la stimolazione dei trasportatori del glucosio GLUT4, indipendentemente dal calo ponderale. «Anche chi non perde peso può trarne beneficio», ha precisato il professore.

Il nodo della diagnosi precoce in Italia

Il principale ostacolo alla prevenzione resta la latenza diagnostica. In assenza di sintomi evidenti — il prediabete è quasi sempre asintomatico — molti pazienti vengono intercettati tardivamente, spesso in occasione di un controllo routinario o a seguito di complicanze già avanzate. L’indagine Fiaso “Diabete di tipo 2 e readiness del SSN”, presentata il 15 luglio a Bari, ha evidenziato che i percorsi diagnostici terapeutici assistenziali (PDTA) variano significativamente tra le regioni, con alcune realtà più avanzate nel raccogliere i segnali precoci.

La proposta attualmente in fase di valutazione prevede di inserire lo screening della glicemia nei controlli preventivi routinari a partire dai 35 anni per i soggetti con fattori di rischio familiari o metabolici, in linea con le indicazioni del Piano nazionale diabete 2026–2028.

La prevenzione come investimento economico

Il costo del diabete di tipo 2 per il Servizio Sanitario Nazionale supera i 14 miliardi di euro annui, pari al 10% dell’intera spesa sanitaria pubblica, secondo i dati Fiaso-Motore Sanità di luglio 2026. Un paziente con diabete conclamato costa mediamente quattro volte di più di un paziente in prediabete gestito con intervento sullo stile di vita. La valutazione economica non è secondaria: counseling nutrizionale, programmi di attività fisica strutturata e monitoraggio glicemico costano al sistema molto meno delle complicanze tardive.

Perseghin ha annunciato che nei prossimi mesi pubblicherà i dati di uno studio condotto all’Università di Milano-Bicocca sui fattori predittivi di risposta alla modifica dello stile di vita nei soggetti con prediabete, con l’obiettivo di identificare chi beneficia maggiormente di un approccio dietetico e chi di uno farmacologico.

Il medico di medicina generale, primo filtro della prevenzione

La conversione di questa evidenza in pratica clinica quotidiana dipende in larga misura dal coinvolgimento dei medici di medicina generale, che hanno in carico la stragrande maggioranza dei pazienti a rischio. «Il MMG è il custode del dato glicemico nel tempo», ha affermato Perseghin. Una cartella clinica informatizzata condivisa — prevista tra gli assi portanti del Piano nazionale diabete — potrebbe facilitare l’identificazione proattiva dei soggetti in soglia e la presa in carico tempestiva prima che la patologia si consolidi.

La prossima tappa del roadshow Fiaso sulla readiness del SSN per il diabete di tipo 2 è attesa in Toscana nelle prossime settimane, con l’obiettivo di raccogliere dati comparativi tra modelli regionali diversi.

Ultime notizie