L’European Association for the Study of Diabetes (EASD) non è soltanto un appuntamento per addetti ai lavori: è il luogo in cui la ricerca medica diventa, spesso nel giro di pochi mesi, pratica clinica. Dopo il meeting annuale svoltosi a Vienna dal 15 al 19 settembre 2025, i dati clinici più recenti hanno iniziato a riorientare il modo in cui pensiamo alla diagnosi e soprattutto al trattamento del diabete di tipo 2: meno “taglie uniche”, più strategie cucite sul profilo del singolo paziente, con una nuova attenzione a rischio cardiovascolare, rene, qualità della perdita di peso e persino infiammazione di basso grado. Nel frattempo, cresce la consapevolezza che il diabete non sia una condizione isolata: una grande analisi su UK Biobank suggerisce che agisca come acceleratore della multimorbidità, soprattutto nella mezza età, rendendo la prevenzione una gara contro il tempo. È qui che le novità terapeutiche—dai farmaci incretinici multi-recettore alle insuline ultralunghe—si intrecciano con modelli predittivi semplici e utilizzabili subito, come quello discusso nella Claude Bernard Lecture. La storia che emerge è quella di un campo in rapido movimento: più opzioni, più prove, ma anche più responsabilità nel scegliere bene e presto.
- EASD 2025: spinta verso terapie incretiniche combinate (doppi e tripli agonisti) e nuove formulazioni di insulina a lunga durata.
- Studio SURPASS-CVOT: evidenze di riduzione di eventi cardiovascolari e mortalità totale con tirzepatide, con implicazioni concrete per pazienti ad alto rischio.
- Nuovi modelli “pratici” per personalizzare il trattamento del diabete con poche variabili cliniche disponibili in ambulatorio.
- Ricerca danese su UK Biobank: il diabete di tipo 2 accelera l’accumulo di altre malattie croniche (multimorbidità), soprattutto tra 40 e 55 anni.
- Focus su complicanze e rischio residuo: infiammazione metabolismo-dipendente come bersaglio diretto, oltre al controllo dell’iperglicemia.
- Prevenzione e monitoraggio più intensivi nelle fasi iniziali della malattia, quando l’impatto del diabete è più “dinamico” e influenzabile.
EASD e dati clinici sul diabete di tipo 2: cosa cambia davvero nella pratica
Nel dibattito emerso a Vienna, un messaggio ha fatto da filo conduttore: il diabete di tipo 2 non è più gestito solo con l’obiettivo di “abbassare la glicemia”, ma con una strategia che mira a prevenire complicanze e mortalità. Il Prof. Riccardo Bonadonna, Presidente Eletto della Società Italiana di Diabetologia, ha descritto questo momento come una fase di sviluppo positivo, quasi una rivoluzione, e l’impressione è che non si tratti di una formula giornalistica: i dati clinici presentati mettono sul tavolo un salto di qualità nella potenza terapeutica e nella capacità di proteggere organi bersaglio.
Per capire l’impatto pratico, immaginiamo un personaggio ricorrente: Marco, 52 anni, impiegato, diagnosi recente di diabete, pressione borderline, familiarità per infarto. Fino a pochi anni fa il percorso sarebbe stato piuttosto standard: metformina, rinforzo dello stile di vita, poi una progressione basata soprattutto sulla HbA1c. Oggi, grazie alla convergenza di evidenze EASD e linee guida internazionali, la conversazione in ambulatorio è diversa: quanto rischio cardiovascolare ha? Che profilo renale presenta? Quanto pesa la sua obesità nel determinare iperglicemia e infiammazione?
In questo contesto, diventa utile confrontare ciò che emerge dai congressi con riferimenti operativi aggiornati, come gli standard di cura: gli Standard di cura ADA 2026 sono spesso citati in Europa come termometro di dove stia andando la medicina basata sulle prove. L’EASD, dal canto suo, contribuisce con studi cardine e con letture magistrali che “traducono” la scienza in decisioni al letto del paziente.
Un altro punto che cambia la pratica è il modo di leggere i numeri globali. Non è un dettaglio: parlare di proiezioni fino a metà secolo (con stime che arrivano a 1,3 miliardi di persone con diabete entro il 2050) significa considerare il diabete come infrastruttura della sanità pubblica, non come patologia di nicchia. Per chi vuole un quadro di contesto, sono utili sia i dati OMS sul diabete sia le analisi sui dati globali 2025, perché aiutano a comprendere perché l’EASD spinga tanto su prevenzione, trattamenti più efficaci e accesso.
Infine, un tema spesso “silenzioso” ma decisivo per le famiglie riguarda l’impatto sociale e lavorativo: quando il diabete si complica, cambiano i bisogni assistenziali e anche i percorsi amministrativi. In Italia, molti pazienti cercano informazioni pratiche su tutele e riconoscimenti; in questo senso, un riferimento consultato di frequente sono le tabelle INPS per invalidità e diabete. È un tassello che ricorda quanto la gestione moderna debba essere clinica e, insieme, organizzativa. La direzione, comunque, è chiara: integrare i dati clinici più solidi in scelte tempestive, perché il valore massimo si ottiene quando l’intervento arriva presto.

SURPASS-CVOT, incretine e protezione d’organo: il nuovo baricentro del trattamento
Tra i segnali più forti arrivati dall’EASD, spicca l’idea che alcune terapie non vadano valutate solo per quanto abbassano la glicemia, ma per ciò che fanno su eventi “duri”: infarti, ictus, scompenso, morte. È qui che si inserisce il SURPASS-CVOT, che ha mostrato come tirzepatide (agonista doppio di recettori GLP-1 e GIP, già disponibile anche in Italia) possa ridurre eventi cardiovascolari e mortalità totale. In termini pratici, per pazienti come Marco significa che la scelta del farmaco può essere anche una scelta di prevenzione secondaria o primaria avanzata, non un semplice gradino dopo il fallimento di altre opzioni.
Il passaggio culturale è rilevante: per anni, parte della clinica ha trattato il diabete come “malattia del numero” (HbA1c, glicemie, profili). Oggi l’iperglicemia rimane centrale, ma viene letta come fattore che si intreccia con peso, pressione, lipidi e infiammazione. È un cambio simile, per importanza, a quello che in cardiologia ha portato a trattare il rischio globale e non solo il colesterolo: la differenza è che nel diabete la multimorbidità è la regola, non l’eccezione.
Lo sviluppo di farmaci che “ingaggiano” più recettori oltre al GLP-1 (coinvolgendo GIP, glucagone, amilina) nasce proprio da questo: colpire contemporaneamente più leve del metabolismo. Bonadonna lo ha sottolineato: l’efficacia potenziale per i pazienti appare superiore alle opzioni finora disponibili, e i benefici potrebbero estendersi alla protezione d’organo. A livello di counseling, questo cambia la conversazione: non si parla più solo di “quanto scende la glicata”, ma anche di quali complicanze si possono prevenire e con quale intensità di prova.
Un’altra pista discussa è quella delle formulazioni orali in grado di agire sui recettori incretinici. L’idea è semplice ma potente: “piccole molecole” più facili da produrre rispetto ai peptidi iniettabili potrebbero ridurre barriere di costo e logistica. Se questo scenario si consolida, nel prossimo decennio potremmo vedere una democratizzazione dell’accesso a terapie avanzate, con ricadute significative sul carico globale di malattia.
Per orientarsi in un panorama che si amplia, può essere utile ragionare per categorie di rischio e obiettivi. La tabella seguente non sostituisce linee guida, ma rende leggibile come i nuovi dati clinici spingano verso un trattamento “a priorità”.
Profilo del paziente |
Obiettivo clinico prioritario |
Esempi di leve terapeutiche discusse in ambito EASD |
Indicatori da monitorare |
|---|---|---|---|
Diabete di tipo 2 con alto rischio CV |
Ridurre eventi cardiovascolari e mortalità |
Incretine combinate (es. doppio agonismo GLP-1/GIP), scelta guidata da outcome |
Eventi CV, pressione, lipidi, HbA1c, peso |
Diabete con obesità marcata |
Riduzione peso + controllo iperglicemia |
Agonisti GLP-1 ad alta efficacia, combinazioni multi-recettore |
Peso, circonferenza vita, HbA1c, composizione corporea |
Diabete con rischio renale |
Rallentare progressione nefropatia |
Scelte basate su protezione d’organo e controllo globale |
eGFR, albuminuria, pressione, HbA1c |
Diabete in fase iniziale |
Intervenire presto per evitare multimorbidità |
Prevenzione intensiva, selezione precoce del farmaco più efficace |
Trend HbA1c, peso, stile di vita, comorbilità emergenti |
Accanto ai farmaci, cresce anche la necessità di informare correttamente su sicurezza e regolazione. In Italia, il ruolo dell’ente regolatorio e delle note di rimborsabilità influenza l’adozione delle terapie; chi segue questi aspetti spesso consulta aggiornamenti come quelli su farmaci antidiabetici e AIFA. Il punto, però, resta clinico: la terapia più moderna è quella che riduce rischio futuro, non solo i valori di oggi. Il prossimo passo logico è capire come personalizzare davvero questa scelta.
Per chi vuole approfondire con contenuti audiovisivi legati alle discussioni EASD su outcome cardiovascolari e nuove incretine:
Modelli predittivi e medicina di precisione: scegliere il farmaco giusto con dati clinici “semplici”
Una delle novità più immediatamente spendibili, raccontata come tale da Bonadonna, è stata la proposta discussa durante la Claude Bernard Lecture dal Prof. Andrew Hattersley (Università di Exeter): un modello capace di suggerire quale farmaco sia più efficace nel ridurre la glicemia nel singolo paziente usando informazioni cliniche facili da ottenere. In un’epoca in cui si parla spesso di big data e omiche, l’idea che un approccio pragmatico possa cambiare la routine è quasi controcorrente. Proprio per questo, se funziona, può avere un impatto enorme: non serve aspettare tecnologie rare, si può iniziare dall’ambulatorio di tutti i giorni.
Torniamo a Marco: due pazienti possono avere la stessa HbA1c e lo stesso BMI, ma rispondere in modo diverso allo stesso trattamento. Il modello di selezione terapeutica prova a ridurre questa incertezza. In pratica, spinge a ragionare come già si fa in oncologia o in alcune forme rare di diabete: non “qual è il farmaco migliore in media”, ma “qual è il farmaco più adatto a questa persona”. È un cambio di paradigma che può ridurre tentativi falliti, ritardi terapeutici e quindi periodi prolungati di iperglicemia, che sono quelli più legati alla progressione delle complicanze.
Per rendere l’idea, immaginiamo un caso clinico realistico: Marco inizia una terapia che sulla carta è corretta, ma dopo tre mesi la risposta glicemica è modesta e il peso non scende. In un sistema “tradizionale”, si attende, si aggiusta, si aggiunge un secondo farmaco. In un sistema guidato da predizione di risposta, invece, si potrebbe partire con una scelta più mirata o cambiare più velocemente, con l’obiettivo di ridurre l’esposizione cumulativa all’iperglicemia. La differenza, nel lungo periodo, può tradursi in meno nefropatia, meno retinopatia, meno ricoveri.
Questa spinta alla precisione si intreccia anche con la crescente disponibilità di biomarcatori e segnali biologici. Pur parlando di un’altra area (tipo 1), il tema dell’uso di campioni e indicatori di malattia mostra quanto la medicina stia diventando “misurabile”: un esempio divulgativo utile è il biomateriale nel diabete di tipo 1, perché racconta come campioni e dati possano guidare studi e scelte. Nel tipo 2, la direzione è simile: classificare meglio per trattare meglio.
Nel frattempo, nuove linee di ricerca puntano a capire e prevedere la traiettoria delle complicanze vascolari. Un filone emergente riguarda segnali molecolari come i microRNA; anche qui, l’obiettivo non è la curiosità accademica, ma la possibilità futura di stratificare rischio e intervenire prima. Per un esempio di come queste piste vengano comunicate al pubblico, si può leggere microRNA e complicanze vascolari nel diabete.
La personalizzazione, però, non è solo biologia: è anche contesto. Un paziente con turni notturni avrà più difficoltà a gestire schemi complessi; una persona con paura degli aghi potrebbe preferire soluzioni orali; chi ha già sperimentato ipoglicemie teme l’insulina e tende a “tirare indietro” le dosi. Il miglior modello è quello che combina predizione clinica e preferenze, perché l’aderenza è parte della terapia. L’insight finale è semplice: precisione non significa complicare, significa ridurre sprechi di tempo clinico e mesi di controllo insufficiente.

Insulina settimanale, mensile e “smart insulin”: come cambia la gestione dell’iperglicemia
Quando si parla di innovazione nel diabete, il dibattito pubblico tende a concentrarsi sui farmaci per il peso. Eppure, l’EASD ha rimesso al centro anche l’evoluzione dell’insulina, soprattutto nelle sue formulazioni a durata sempre più lunga e, in prospettiva, “intelligente”. Il concetto chiave è ridurre frizione e variabilità: meno iniezioni, profili più stabili, minore rischio di oscillazioni glicemiche che nel quotidiano si traducono in stanchezza, fame improvvisa e difficoltà a mantenere attività fisica.
L’insulina settimanale è già un segnale forte: per alcune persone, passare da una routine quotidiana a una cadenza settimanale significa poter pianificare meglio. Nella pratica, si pensi a chi viaggia per lavoro o a chi assiste un familiare: la complessità terapeutica è spesso il vero ostacolo. Se una terapia riduce la complessità, aumenta la probabilità che il paziente la segua correttamente, e questo è un determinante diretto del controllo dell’iperglicemia.
Al congresso si sono intraviste anche formulazioni in sviluppo con iniezione mensile. Non è un dettaglio cosmetico: significa potenzialmente trasformare l’aderenza da “decisione quotidiana” a “decisione mensile”, con un impatto simile a quello che le terapie long-acting hanno avuto in altre aree mediche. È chiaro che servono dati robusti su sicurezza, titolazione e gestione di eventi avversi, ma la traiettoria è tracciata.
Il capitolo più affascinante riguarda le cosiddette smart insulin, progettate per rispondere alle concentrazioni di glucosio nel sangue. In teoria, un’insulina che aumenta la sua attività quando la glicemia sale e la riduce quando scende potrebbe abbattere il rischio di ipoglicemie e rendere la terapia più “autoregolarizzante”. Anche qui il valore pratico è enorme: molti pazienti rimandano l’intensificazione insulinica proprio per timore di ipoglicemie o aumento ponderale. Una tecnologia che riduca questa paura può anticipare l’intervento e proteggere da anni di esposizione a valori alti.
Per rendere concreto il punto, immaginiamo un secondo personaggio: Lucia, 67 anni, diabete da 12 anni, lieve insufficienza renale, vive da sola. La sua sfida non è solo la scelta del farmaco, ma la gestione quotidiana: ricordare dosi, misurare, adattare ai pasti. In un caso così, una formulazione ultralunga può ridurre errori e dimenticanze. La tecnologia, insomma, non è “futurismo”: è prevenzione di incidenti terapeutici che diventano accessi in pronto soccorso.
In parallelo, cresce l’attenzione alle complicanze e al loro trend epidemiologico. Un segnale da non ignorare è l’aumento osservato in alcuni contesti di esiti avversi legati al diabete, che richiama la necessità di controllo precoce e presa in carico strutturata: un approfondimento divulgativo utile è l’analisi ISS sull’aumento delle complicanze diabetiche. Il senso è chiaro: se la malattia si complica, non basta inseguire la glicemia; bisogna anticipare.
Il collegamento con la sezione successiva è naturale: se il diabete accelera altre patologie, allora rendere più semplice e potente il controllo metabolico è una strategia di sistema, non solo individuale. La frase chiave è questa: ogni riduzione di complessità terapeutica è anche una riduzione di rischio nel mondo reale.
Per esplorare il tema delle nuove formulazioni insuliniche discusse in contesti scientifici internazionali:
Il diabete di tipo 2 come acceleratore di multimorbidità: cosa racconta la UK Biobank e perché cambia la prevenzione
Tra i contributi più discussi presentati a Vienna, una ricerca danese guidata dal team del dottor Jie Zhang (Steno Diabetes Center di Aarhus) ha aggiunto un tassello inquietante ma utile: il diabete di tipo 2 non è solo una malattia che “si somma” alle altre, ma può agire da acceleratore nello sviluppo di ulteriori condizioni croniche. È un modo diverso di raccontare lo stesso problema: non solo rischio di infarto o di nefropatia in senso stretto, ma una spinta più ampia verso la multimorbidità, cioè la presenza contemporanea di più malattie nello stesso individuo.
Lo studio ha utilizzato i dati di 502.368 partecipanti della UK Biobank, con età media di 58 anni e una distribuzione di genere vicina all’equilibrio (circa 54% uomini e 46% donne). Il follow-up medio è stato di circa 15 anni. Durante l’osservazione, 47.725 persone (intorno al 9,5%) hanno sviluppato diabete di tipo 2. Fin qui, potrebbe sembrare una grande fotografia epidemiologica. Il punto innovativo sta nel metodo: non hanno confrontato semplicemente “diabetici vs non diabetici”, ma hanno messo a confronto gruppi con lo stesso numero di condizioni croniche totali, usando modelli multistato per isolare l’effetto specifico del diabete sulla velocità di accumulo di nuove malattie.
Il risultato è stato netto: a parità di numero di patologie già presenti, chi aveva diabete progrediva più rapidamente verso una diagnosi aggiuntiva. Un esempio reso pubblico è intuitivo: tra persone con due condizioni croniche, quelle in cui una delle due era il diabete sviluppavano una terza malattia a un ritmo annuo del 5,7%, mentre chi aveva due condizioni non diabetiche arrivava al 3,5%. Tradotto: un rischio superiore di circa il 60% di ricevere una nuova diagnosi nel tempo, in quel passaggio specifico.
La parte più delicata riguarda l’età. L’effetto accelerante risulta più marcato tra 40 e 55 anni, dopo aggiustamento per fattori come sesso, istruzione e BMI. Questo sposta l’asse della prevenzione: non basta “intervenire quando arriva l’età”, ma bisogna anticipare in mezza età, quando la traiettoria può ancora essere modificata. Per Marco, che ha 52 anni, questa informazione è quasi un campanello d’allarme: il tempo in cui si può cambiare la curva è adesso, non dopo.
Un altro punto interessante è la natura “dinamica” dell’impatto: l’associazione tra diabete e accumulo di altre malattie è più forte nelle fasi iniziali della multimorbidità e tende ad attenuarsi quando le condizioni croniche diventano molte. Questo non significa che il diabete “smetta” di essere importante; significa che l’effetto specifico è più devastante quando una persona è ancora relativamente sana. In termini di sanità pubblica, è l’argomento più forte a favore della prevenzione primaria del diabete e dell’intervento intensivo subito dopo la diagnosi.
Come rendere operativa questa evidenza? Con percorsi integrati di screening e monitoraggio, e con un’attenzione più strutturata a comorbilità tipiche come ipertensione, insufficienza cardiaca, malattia renale e depressione. E con scelte terapeutiche che mirano a protezione d’organo, non solo a controllo numerico. Anche misure “di sistema”, come campagne vaccinali e prevenzione delle infezioni nei fragili, entrano nella gestione complessiva: un riferimento pratico sono le raccomandazioni ISS su diabete e vaccini, che ricordano come prevenire eventi intercorrenti possa evitare scompensi metabolici e ricoveri.
Lo studio riconosce limiti (misure dei fattori di rischio raccolte al basale, possibile bias di rilevazione per maggiori controlli nei diabetici, campione UK Biobank mediamente più sano della popolazione generale). Eppure la direzione è coerente con la clinica quotidiana: chi ha diabete spesso “accumula” diagnosi. L’insight finale è operativo: la migliore prevenzione delle complicanze è anche prevenzione delle diagnosi che arrivano dopo, e questo richiede un’azione precoce, multidimensionale, e sostenuta nel tempo.