- ISS: i dati recenti descrivono un diabete in crescita e un profilo di rischio più fragile.
- Nel biennio 2023-2024 poco meno del 5% degli adulti 18-69 anni riferisce una diagnosi; tra 50-69 anni si arriva a quasi il 9%.
- Persistono disuguaglianze: prevalenza più alta tra chi ha bassa istruzione (fino a 16%) e gravi difficoltà economiche (10%), con un gradiente territoriale a sfavore del Sud.
- Il diabete convive spesso con altri fattori: ipertensione (circa 50%), ipercolesterolemia (circa 40%), eccesso di peso (circa 70%), sedentarietà e fumo.
- Criticità sul monitoraggio: una quota rilevante non esegue o non conosce l’emoglobina glicata; la pandemia ha lasciato una coda nelle abitudini di controllo.
- Progetti europei coordinati dall’ISS (Care4Diabetes, Jacardi) puntano su prevenzione, educazione, registri e presa in carico anche di popolazioni fragili.
Il diabete in Italia non è solo una cifra nei report: è un’onda lunga che attraversa famiglie, ambulatori, farmacie e luoghi di lavoro. Nei dati recenti discussi dall’ISS emergono segnali coerenti con una tendenza che gli operatori osservano da tempo: la platea delle persone con diagnosi cresce, e insieme cresce la probabilità di convivere con una costellazione di fattori che aprono la strada alle complicanze diabetiche. Non si tratta di un destino scritto, ma di un equilibrio delicato: quando il monitoraggio si dirada e gli stili di vita restano fragili, il rischio di danni a cuore, reni, occhi e sistema nervoso aumenta. Le differenze sociali e territoriali, poi, trasformano la patologia in un moltiplicatore di disuguaglianze: ciò che per alcuni è un percorso di cura fluido, per altri diventa una sequenza di rinvii, liste d’attesa e rinunce. In questo quadro, i programmi europei guidati dall’ISS e l’attenzione su registri e screening provano a trasformare numeri e percentuali in interventi concreti di salute pubblica, capaci di incidere sulle malattie croniche e sulle loro conseguenze.
ISS e dati recenti: perché l’aumento delle complicanze diabetiche è un segnale di sistema
Quando l’ISS parla di aumento delle complicanze diabetiche nei dati recenti, non sta suggerendo un unico colpevole o una singola causa. Il punto è più strutturale: le complicanze non “appaiono” all’improvviso, ma maturano negli anni, spesso in silenzio, mentre la glicemia oscilla, la pressione resta alta, il peso si sposta lentamente verso l’eccesso e i controlli diventano meno regolari. In altri termini, le complicanze sono un indicatore ritardato di come stiamo gestendo il diabete come Paese.
Per capire la portata del tema, immaginiamo un filo conduttore: Marco, 57 anni, impiegato, vive in una città di medie dimensioni. Ha ricevuto la diagnosi di diabete di tipo 2 tre anni fa. All’inizio è stato scrupoloso, poi il lavoro e i tempi di attesa per alcune visite lo hanno spinto a “tirare avanti”. Se l’emoglobina glicata non viene controllata con la frequenza adeguata, il medico perde una bussola essenziale: non vede con chiarezza l’andamento medio della glicemia e, di conseguenza, interviene più tardi su terapia e stile di vita. È così che, nel tempo, aumentano probabilità e severità di neuropatia, danno renale, retinopatia o eventi cardiovascolari.
Il diabete rientra a pieno titolo tra le malattie croniche più impattanti per organizzazione dei servizi e costi indiretti. Le complicanze, infatti, non pesano solo sul singolo: generano ricoveri, accessi in pronto soccorso, assenze dal lavoro, bisogno di assistenza domiciliare. Ecco perché l’aumento delle conseguenze non va letto come “un problema del paziente”, ma come un indicatore della tenuta dell’intero percorso di cura.
Un altro elemento chiave è la componente sociale. Se la prevalenza cresce soprattutto nei gruppi più fragili, è prevedibile che le complicanze crescano di più proprio dove l’accesso a corretti stili di vita e a controlli regolari è più difficile. La prevenzione, in questa prospettiva, non è uno slogan: è l’insieme di azioni che rendono più semplice fare la scelta giusta, anche quando il contesto rema contro.
In questa cornice, l’ISS e le Regioni utilizzano sistemi di sorveglianza come PASSI e PASSI d’Argento per fotografare trend e criticità. Il valore di questi strumenti non è “fare una classifica”, ma individuare dove intervenire: educazione terapeutica, potenziamento della presa in carico, integrazione tra medicina generale e centri specialistici, ruolo della farmacia dei servizi. L’insight finale è semplice: le complicanze sono il termometro della continuità di cura, e quando salgono ci dicono che il sistema deve recuperare regolarità e prossimità.

Prevalenza in crescita e profilo demografico: il diabete come “epidemia silenziosa” nei dati più recenti
Nel biennio 2023-2024, poco meno del 5% degli adulti tra 18 e 69 anni ha riferito una diagnosi di diabete. Tradotto in persone, si parla di quasi quattro milioni di individui che convivono con la patologia. Anche se la percentuale può sembrare “contenuta” a prima vista, l’impatto reale è enorme: ogni punto percentuale significa centinaia di migliaia di cittadini che necessitano di controlli, farmaci, counseling nutrizionale e prevenzione delle complicanze.
Il gradiente per età è uno dei messaggi più netti. Nella fascia 50-69 anni la prevalenza sfiora il 9%, e gli archi più anziani mostrano valori ancora più elevati nelle serie storiche (con picchi importanti intorno agli 80 anni). Questo dato non riguarda solo l’invecchiamento della popolazione: parla di una lunga esposizione a fattori di rischio, ma anche della necessità di adattare i servizi a una domanda che cresce con l’età, spesso accompagnata da multimorbidità.
Esiste inoltre una differenza di genere: gli uomini risultano più colpiti delle donne (circa 5,2% contro 4,4% nel perimetro 18-69). Nella pratica clinica ciò significa che alcuni setting—controlli in medicina del lavoro, promozione dell’attività fisica in contesti aziendali, counseling sul fumo—possono essere particolarmente strategici per intercettare precocemente rischio e diagnosi.
Il dato più “politico”, però, è quello sociale. La prevalenza arriva fino a 16% tra chi ha livelli di istruzione più bassi, e a circa 10% tra chi segnala gravi difficoltà economiche. Qui il diabete smette di essere soltanto una diagnosi e diventa una cartina di tornasole: alimentazione di qualità più costosa, meno spazi sicuri per muoversi, lavori più usuranti e meno flessibilità per prenotare visite. Se la cura richiede tempo, competenze e continuità, le disuguaglianze diventano un acceleratore di complicanze diabetiche.
Anche la geografia conta: il Sud mostra una prevalenza più alta (circa 6%) rispetto al Nord (circa 4%) nel confronto 18-69. Il divario non è soltanto numerico: significa che, in alcune aree, la rete territoriale deve sostenere un carico maggiore con risorse spesso più fragili. È qui che programmi di prevenzione e modelli di presa in carico integrata fanno la differenza, perché riducono l’attrito tra bisogno e accesso.
Se si vuole interpretare l’aumento delle complicanze, questi numeri aiutano a capire la direzione: più persone con diabete, più età avanzata, più fragilità sociale, più probabilità che una parte di popolazione arrivi tardi ai controlli. L’insight finale: la prevalenza è la base della piramide; le complicanze sono la sua punta, e crescono quando la base si allarga senza un rafforzamento proporzionato della cura.
Per approfondire il contesto divulgativo e i meccanismi delle complicanze, può essere utile un contenuto video che spieghi in modo chiaro la relazione tra glicemia e danno d’organo.
Fattori di rischio e salute cardiovascolare: perché le complicanze diabetiche aumentano quando lo stile di vita resta fragile
I dati recenti evidenziano un punto che spesso si sottovaluta: chi ha il diabete non convive “solo” con la glicemia alta. Convive più frequentemente con un pacchetto di fattori di rischio cardiovascolare che si rinforzano a vicenda. Tra le persone con diagnosi, circa il 50% riferisce ipertensione (contro valori molto più bassi nei non diabetici), circa il 40% ipercolesterolemia e circa il 70% un eccesso ponderale (BMI ≥ 25). Quando questi elementi si sommano, il rischio di eventi cardiovascolari e di progressione verso complicanze diabetiche aumenta in modo sostanziale.
Marco, il nostro paziente guida, ne è un esempio realistico: non “sente” il colesterolo alto, non “sente” la pressione borderline, e spesso non percepisce neppure la glicemia finché non è molto elevata. La prevenzione secondaria—cioè quella che si fa dopo la diagnosi—diventa quindi un lavoro di abitudini. È meno scenografica di un farmaco nuovo, ma spesso è ciò che sposta davvero la traiettoria della salute.
La sedentarietà resta un nodo critico: nei dati per 18-69 anni quasi la metà delle persone con diabete si dichiara sedentaria. A ciò si aggiunge che una quota continua a fumare (intorno a un quinto), e che l’alimentazione spesso non raggiunge lo standard raccomandato di frutta e verdura quotidiana in quantità adeguata. Questi comportamenti non sono “colpe”: sono abitudini radicate e, a volte, risposte a stress, lavoro e contesti sociali. Proprio per questo, la prevenzione efficace non può limitarsi a raccomandazioni generiche.
Un intervento pratico può essere l’educazione terapeutica strutturata, con obiettivi piccoli e misurabili. Non “fare sport”, ma “camminare 25 minuti, 4 volte a settimana, dopo cena”. Non “mangiare meglio”, ma “aggiungere una porzione di verdure a pranzo per 10 giorni su 14”. Questo approccio riduce la distanza tra indicazione e realtà quotidiana, e nel tempo incide su peso, pressione, profilo lipidico e controllo glicemico.
Di seguito una lista di leve concrete che, se applicate insieme, riducono la probabilità di progressione verso complicanze:
- Monitoraggio regolare di glicemia e emoglobina glicata, con agenda condivisa tra paziente e curanti.
- Controllo della pressione arteriosa a domicilio e in farmacia, con registrazione dei valori.
- Piano alimentare realistico: porzioni, orari, gestione dei “pasti fuori” e lettura delle etichette.
- Attività fisica sostenibile: cammino, cyclette, esercizi di forza leggera per massa muscolare e sensibilità insulinica.
- Stop al fumo e riduzione dell’alcol a livelli non a rischio, con supporti comportamentali e farmacologici quando necessari.
Questo quadro è centrale perché spiega il meccanismo dell’aumento: se una popolazione più ampia vive con diabete e mantiene una quota elevata di fattori concomitanti, la probabilità aggregata di eventi avversi sale. L’insight finale: le complicanze non sono un fulmine; sono la somma quotidiana di piccoli scostamenti non corretti, e la prevenzione funziona quando rende semplice correggerli.

Monitoraggio, presa in carico e farmaci: i punti deboli che i dati ISS mettono in evidenza
Se c’è un indicatore che collega in modo diretto cura quotidiana e rischio di complicanze diabetiche, è il monitoraggio dell’emoglobina glicata. Nei dati più consolidati, una quota rilevante di persone non effettua controlli con la regolarità attesa o addirittura non conosce l’esame. Nel biennio 2023-2024 circa il 69% dichiara di averla misurata nell’ultimo anno, ma solo il 36% riferisce un controllo nei quattro mesi precedenti. Accanto a questo, persiste una fetta (circa 16%) che non sa cosa sia l’emoglobina glicata: un dato che parla di comunicazione, alfabetizzazione sanitaria e qualità dell’aggancio educativo.
L’ISS ha anche sottolineato l’effetto della pandemia sulle abitudini di controllo: nel periodo 2019-2020 la quota di chi non controllava l’emoglobina glicata nell’ultimo anno è aumentata in modo evidente e, pur migliorando, non è tornata ovunque ai livelli pre-pandemia. Il punto, nel 2026, non è più l’emergenza acuta, ma la sua eredità organizzativa: appuntamenti rimandati, follow-up dilatati, pazienti che hanno perso il ritmo dei controlli e devono essere “riaccompagnati” nella continuità.
La presa in carico è frammentata ma con segnali di integrazione: una parte è seguita dal centro diabetologico, una parte dal medico di medicina generale, molti da entrambi. Questa doppia regia può diventare una forza se i ruoli sono chiari (terapia e complicanze in diabetologia; prevenzione, aderenza e comorbidità in medicina generale), ma può diventare un punto debole se il paziente non sa chi chiamare o se gli esami non vengono condivisi con tempestività.
Per rendere più leggibile il quadro, ecco una sintesi comparativa basata sui numeri riportati nei sistemi di sorveglianza e comunicazioni ISS, utile a capire dove si concentra la criticità:
Indicatore (adulti con diabete) |
Valore riportato |
Perché conta per complicanze e salute |
|---|---|---|
Prevalenza 18-69 (2023-2024) |
< 5% (quasi 4 milioni di persone) |
Più diagnosi = più bisogno di prevenzione e follow-up per evitare complicanze diabetiche. |
Fascia 50-69 |
~9% |
Età e durata di malattia aumentano il rischio di danno d’organo se il monitoraggio è irregolare. |
Ipertensione tra i diabetici |
~50% |
Moltiplica il rischio cardiovascolare e accelera nefropatia e retinopatia. |
Eccesso ponderale |
~70% |
Influenza resistenza insulinica, controllo glicemico e necessità di intensificazione terapeutica. |
Emoglobina glicata controllata nell’ultimo anno (2023-2024) |
~69% |
Sotto una soglia “di sicurezza” per una patologia cronica: lascia scoperti molti percorsi. |
Controllo HbA1c entro 4 mesi (2023-2024) |
~36% |
Indica follow-up spesso diluito; aggiustamenti terapeutici possono arrivare tardi. |
Non conosce l’esame HbA1c (2023-2024) |
~16% |
Campanello d’allarme su educazione e comunicazione sanitaria. |
Il tema dei farmaci merita un’attenzione separata. Nei dati, una grande maggioranza è in trattamento farmacologico e utilizza soprattutto ipoglicemizzanti orali, con una quota che ricorre all’insulina. Ma i farmaci funzionano se c’è aderenza e se la terapia viene adattata in base ai controlli. Negli anziani, inoltre, emerge la complessità della politerapia: molti assumono più medicinali e non sempre c’è una verifica recente e strutturata del corretto uso (dose, orari, giorni). Qui la farmacia clinica e la riconciliazione terapeutica possono diventare strumenti concreti di prevenzione delle complicanze legate a errori, interazioni o scarsa aderenza.
L’insight finale: il diabete si controlla con una catena di azioni; il punto fragile è l’anello del monitoraggio, perché da lì dipende la tempestività di tutto il resto. E proprio questo ci porta al tema delle iniziative europee coordinate dall’ISS.
Per comprendere come interpretare e usare l’emoglobina glicata nella pratica, è utile un video che mostri con esempi cosa cambia tra controllo “sporadico” e controllo programmato.
Dalla prevenzione ai registri: Care4Diabetes, Jacardi e i modelli per ridurre le complicanze diabetiche
Nel quadro tracciato dall’ISS, due iniziative europee aiutano a capire come trasformare i dati recenti in politiche operative: Care4Diabetes e Jacardi. La logica è comune: non basta dire alle persone “fate prevenzione”, serve costruire percorsi, strumenti e infrastrutture che rendano la prevenzione praticabile, misurabile e continuativa. È qui che la sanità pubblica incontra la quotidianità di Marco e di milioni di altri cittadini.
Care4Diabetes ha sviluppato un programma semestrale di educazione del paziente, con un mix di supporto professionale e strumenti digitali. In Italia, la sperimentazione ha coinvolto un gruppo di adulti con diabete di tipo 2 seguiti da un team di professionisti. Gli esiti preliminari indicano miglioramenti su vari indicatori clinici (riduzione di emoglobina glicata, peso e circonferenza vita, oltre a parametri lipidici come colesterolo e trigliceridi) e un incremento delle ore dedicate all’attività fisica, insieme a scelte alimentari più sane. Al di là dei numeri, il messaggio è metodologico: quando l’educazione è strutturata e accompagnata, l’aderenza aumenta e il rischio di complicanze si riduce.
È importante anche il dato di utilizzo degli strumenti digitali: una quota significativa dei partecipanti li ha impiegati con continuità. Questo non significa “app per tutti”, ma “strumento giusto per la persona giusta”. Per Marco, ad esempio, potrebbe essere una piattaforma semplice che ricorda esami e appuntamenti e registra passi e pressione. Per un anziano potrebbe essere un diario cartaceo integrato da chiamate periodiche, o il supporto di un caregiver formato. La tecnologia serve quando riduce frizione e dimenticanze, non quando aggiunge complicazione.
Jacardi, invece, lavora sul livello “infrastrutturale” e di governance: sostiene interventi europei su prevenzione e gestione di malattie cardiovascolari e diabete e, in Italia, coordina progetti pilota regionali per costruire registri, con l’obiettivo di convergere verso un Registro nazionale del diabete. Perché i registri sono così importanti? Perché permettono di seguire l’evoluzione reale della patologia: non solo quanti hanno la diagnosi, ma quanti fanno controlli, quali complicanze emergono, dove si concentrano le rinunce alle cure, quali percorsi funzionano.
Dentro Jacardi si colloca anche C4Di+, che mira a estendere l’esperienza educativa e di presa in carico a popolazioni fragili come adolescenti, anziani e migranti. È un passaggio cruciale: se la prevalenza è più alta nei gruppi vulnerabili, un modello universale rischia di non bastare. Un adolescente, ad esempio, ha bisogni diversi: scuola, sport, identità, rischio di stigma. Un anziano può avere barriere fisiche, cognitive o economiche. Un migrante può incontrare ostacoli linguistici e amministrativi. Personalizzare non significa privilegiare: significa rendere equo l’accesso ai benefici della salute.
Un altro fronte citato è lo screening pediatrico per diabete di tipo 1 e celiachia, con l’obiettivo di arrivare a modelli sostenibili e omogenei sul territorio. Anche qui l’obiettivo è prevenire non la malattia in sé (che nel tipo 1 ha dinamiche autoimmuni), ma l’esordio grave e le complicanze acute, intercettando precocemente chi è a rischio e costruendo un ponte verso la cura.
Il filo che unisce tutto è la trasformazione della prevenzione in processo: educazione, registri, governance, continuità. L’insight finale: ridurre l’aumento delle complicanze diabetiche non richiede un singolo intervento “miracoloso”, ma una rete che renda normale il monitoraggio e facile la prevenzione, soprattutto dove oggi è più difficile.