La vitamina D riduce il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 solo nelle persone che possiedono una determinata variante genetica, secondo un’analisi pubblicata su JAMA Network Open e condotta sui dati dello studio clinico americano D2d. In chi non la possiede, la supplementazione non ha mostrato alcun beneficio.
Il risultato, firmato da un gruppo guidato dalla Tufts University, ridimensiona l’idea di una vitamina D protettiva per tutti e sposta il tema della prevenzione verso un approccio di precisione, basato sul profilo genetico del singolo.
I dati dello studio D2d
L’analisi si basa sui numeri dello studio Vitamin D and Type 2 Diabetes, uno studio randomizzato multicentrico che aveva arruolato oltre duemila adulti statunitensi con prediabete, assegnati a una dose quotidiana di vitamina D o a un placebo. La sperimentazione originaria non aveva evidenziato un effetto protettivo netto sull’intera popolazione.
La nuova lettura dei dati ha incrociato quei risultati con il patrimonio genetico dei partecipanti, cercando di capire se la mancata risposta media nascondesse comportamenti diversi in sottogruppi distinti.
Il ruolo del recettore della vitamina D
I ricercatori hanno analizzato tre varianti comuni del gene che codifica il recettore della vitamina D, note come ApaI, BsmI e FokI, in 2098 partecipanti per i quali erano disponibili i livelli ematici e i dati genetici. È attraverso questo recettore che la vitamina esercita gran parte dei suoi effetti sulle cellule.
L’ipotesi era che piccole differenze nel recettore potessero modificare la capacità dell’organismo di trarre vantaggio dalla supplementazione. I dati hanno confermato la pista.
Chi risponde e chi no
I partecipanti con genotipo AA, circa il 30% del gruppo, non hanno registrato alcuna riduzione del rischio di diabete assumendo vitamina D. Chi presentava invece le varianti AC o CC, il restante 70%, ha mostrato un rischio inferiore del 19% di sviluppare la malattia rispetto a chi aveva ricevuto il placebo.
La differenza è netta e, secondo gli autori, spiega in parte perché lo studio complessivo non avesse trovato un beneficio medio. «Se confermata, una riduzione del 19% nella conversione verso il diabete di tipo 2 con la supplementazione di vitamina D3 non sarebbe banale», hanno concluso i ricercatori.
Un test economico per la prevenzione
Gli autori sottolineano che l’analisi di una singola variante del recettore è poco costosa e ormai ampiamente disponibile. In prospettiva, un semplice test genetico potrebbe indicare in anticipo chi, tra le persone con prediabete, avrebbe davvero da guadagnare da un intervento con vitamina D.
Resta la cautela di rito. I dati derivano da una rilettura a posteriori di uno studio già concluso e andranno verificati in sperimentazioni disegnate su misura prima di tradursi in raccomandazioni cliniche. La direzione, però, indica una prevenzione sempre meno uguale per tutti.