Tutti e dodici i pazienti con diabete di tipo 1 arruolati in uno studio dell’Università di Chicago hanno smesso di iniettare insulina dopo un trapianto di isole pancreatiche protetto dal tegoprubart, un immunosoppressore che evita i farmaci tradizionali. I dati sono stati presentati il 7 giugno all’86ª sessione scientifica dell’American Diabetes Association a New Orleans.
Il risultato tocca uno degli obiettivi più antichi della terapia sostitutiva cellulare: restituire la produzione di insulina senza gravare il paziente con la classica immunosoppressione, spesso più tossica del beneficio ottenuto. Si tratta però di uno studio piccolo, avviato dagli stessi ricercatori (investigator-initiated) e ancora lontano dalle fasi registrative, per cui i dati vanno letti con prudenza.
Dodici pazienti liberi dall’insulina esterna
Lo studio ha coinvolto dodici adulti con diabete di tipo 1 di lunga data, tutti reduci da episodi ricorrenti di ipoglicemia grave prima del trapianto. A ciascuno sono state infuse isole pancreatiche prelevate da donatore. Secondo i dati presentati all’ADA e diffusi da Eledon Pharmaceuticals, sponsor del farmaco, tutti e dodici i partecipanti hanno raggiunto l’indipendenza dall’insulina, non necessitando più di somministrazioni esterne per controllare la glicemia.
Prima dell’intervento i pazienti presentavano un’emoglobina glicata media di circa 64 mmol/mol (8,0%). Al follow-up più recente il valore medio è sceso a circa 5,4%, sotto la soglia diabetica del 6,5%, con tutti i partecipanti al di sotto di quel limite. Nessuno ha riportato episodi di ipoglicemia grave dopo il trapianto, un dato rilevante considerando che l’ipoglicemia ricorrente era il criterio di ingresso allo studio. Alcuni pazienti sono seguiti da quasi due anni.
Come agisce il tegoprubart
Il punto tecnico dello studio è il regime immunosoppressivo. Il tegoprubart è un anticorpo che blocca il ligando CD40 (CD40L), una via specifica coinvolta nel rigetto del trapianto, invece di deprimere in modo generalizzato il sistema immunitario. Nel protocollo dell’Università di Chicago è stato somministrato per infusione ogni tre settimane, all’interno di un regime privo di inibitori della calcineurina, la classe di farmaci (come il tacrolimus) storicamente associata a tossicità renale e ad altri effetti collaterali che gravano sui trapiantati di isole.
I ricercatori riferiscono l’assenza di segni degli effetti indesiderati gravi tipicamente legati all’immunosoppressione standard. È questo l’elemento che distingue il lavoro rispetto ai precedenti trapianti di isole, la cui diffusione è stata storicamente limitata proprio dal peso della terapia antirigetto.
I punti chiave dei dati presentati
- Dodici adulti con diabete di tipo 1 di lunga durata sottoposti a trapianto di isole da donatore.
- Tutti hanno interrotto l’insulina esterna dopo l’intervento.
- Glicata media scesa da circa 8,0% a circa 5,4%.
- Nessun episodio di ipoglicemia grave post-trapianto.
- Regime senza inibitori della calcineurina, basato su tegoprubart ogni tre settimane.
Le voci dei protagonisti
«L’indipendenza dall’insulina senza il peso dell’immunosoppressione tradizionale è stata a lungo uno dei principali obiettivi della terapia sostitutiva cellulare», ha dichiarato Aaron Kowalski, amministratore delegato di Breakthrough T1D, l’organizzazione che ha seguito lo sviluppo del filone terapeutico.
Toni prudenti ma ottimisti anche dallo sponsor. «I pazienti con diabete di tipo 1 aspettano da decenni una possibile cura funzionale, ed è molto incoraggiante vedere progressi concreti in quella direzione attraverso la promessa emergente del tegoprubart», ha affermato David-Alexandre C. Gros, amministratore delegato di Eledon Pharmaceuticals. Va ricordato che la valutazione arriva dall’azienda che sviluppa il farmaco, e non da una fonte indipendente.
Un tassello nel filone della terapia cellulare
Lo studio si inserisce in una stagione di risultati sulle isole e sulle cellule beta discussi al congresso ADA 2026. La differenza rispetto ai trapianti convenzionali sta nell’approccio all’immunosoppressione: se l’assenza di inibitori della calcineurina fosse confermata su casistiche più ampie, il trapianto di isole potrebbe diventare un’opzione per un numero maggiore di persone, oggi frenata dai rischi della terapia antirigetto.
I limiti restano quelli di ogni studio di piccole dimensioni e non controllato: dodici pazienti, un solo centro, un disegno investigator-initiated e un follow-up ancora relativamente breve. Come sottolinea Diabetes UK nella sua sintesi dei lavori presentati a New Orleans, serviranno sperimentazioni più grandi per confermare sicurezza ed efficacia del tegoprubart prima che l’approccio possa essere considerato per un uso clinico allargato. Il condizionale, allo stato attuale, resta d’obbligo per una tecnica che dipende comunque dalla disponibilità di isole da donatore.