Terapia del diabete di tipo 2: le nuove scoperte farmacologiche

La terapia del diabete di tipo 2: le nuove terapie

La scienza che avanza
La terapia del diabete di tipo 2, quella dell’adulto per intenderci, sta forse per entrare in una nuova fase, che vorremmo definire rivoluzionaria, grazie a nuove e recenti scoperte. Se i pilastri fondamentali, la dieta ed il movimento, rimangono e rimarranno pur sempre le basi insostituibili ed irrinunciabili della cura del diabete di tipo 2, la terapia medicamentosa classica, quella con l’impiego dei sulfamidici e, più recentemente dei glitazoni e dei glinidi, corre il rischio di essere soppiantata dall’arrivo non troppo lontano nel tempo, di nuovi medicamenti, che implicano nuovi concetti fisiopatologici che si affacciano imperiosamente all’orizzonte. Siccome, a nostro avviso, si tratta di cambiamenti importanti ci sembra giustificato parlarne in anteprima, cercando di fornire alcuni ragguagli ai nostri lettori e alla numerosa schiera delle persone interessate, ossia quelle affette da diabete di tipo 2.

Beninteso, il diabete di tipo 2 essendo comunque una malattia progressiva e l’esaurimento della funzionalità delle beta-cellule più o meno inevitabile con un declino progressivo della produzione d’insulina, una terapia insulinica di sostituzione dovrà pur sempre entrare in linea di conto. Tuttavia, il cammino verso questa scadenza è comunque lungo, si protrae su l’arco di numerosi anni, anche 10-20 anni: pertanto, l’approccio terapeutico iniziale, con l’impiego di medicamenti somministrati per via orale rimane prioritario e conserva tutta la sua importanza.

Le incretine ed il GLP-1
Nel passato si era già riscontrato un fenomeno curioso, ossia che la risposta insulinica era maggiore quando la stessa quantità di glucosio veniva ingerita per bocca rispetto a quella che veniva iniettata per via endovenosa. Si poteva quindi ipotizzare che una sostanza ormonale d’origine intestinale esercitasse una maggiore stimolazione delle cellule beta del pancreas. Queste ipotetiche sostanze vennero definite genericamente col nome di incretine, ossia capaci di incrementare la secrezione d’insulina. Da circa una ventina d’anni alcuni di questi ormoni d’origine intestinale sono stati identificati. Uno di questi è stato chiamato “Glukagonlike Peptide-1” ossia: peptide-1 simile al glucagone e che si scrive con l’acronimo GLP-1.

Questo ormone è stato ulteriormente studiato e le sue proprietà oggi possono essere cosi riassunte:

  • è responsabile almeno nella misura del 70% della secrezione di insulina che fa seguito all’ingestione di cibo, si è quindi rivelato essere il più potente stimolatore della secrezione insulinica.
  • inibisce la secrezione di glucagone, l’ormone iperglicemizzante per eccellenza.
  • agisce soltanto in presenza d’una iperglicemia, quindi la sua somministrazione sarebbe esente da rischi di ipoglicemia.
  • ritarda lo svuotamento gastrico e quindi esercita un effetto anoressigeno, quindi la sua somministrazione potrebbe favorire un calo ponderale.

Esperimenti su animali hanno dimostrato che il GLP-1 esercita un effetto positivo sulla replicazione e la rigenerazione delle beta-cellule a partire dalle cellule del dotto pancreatico, opponendosi quindi a quella diminuzione della massa delle beta-cellule che è responsabile del declino dell’insulina, che caratterizza il decorso, in tempi lunghi, del diabete di tipo 2.

Il DPP-4 e l’Exenatide
Dopo questo lungo elenco di proprietà si sarebbe tentati di dire che il GLP-1 rappresenterebbe il prototipo del medicamento ideale, ma purtroppo non è così. Infatti, ha una durata di vita effimera, che non supera alcuni minuti, poiché viene aggredito e neutralizzato da un enzima, il cosiddetto Dipeptidyl-Peptidasi -4, che si scrive con la sigla abbreviata DPP-4. Ma gli scienziati non si sono dati per vinti ed hanno continuato il loro lavoro alla ricerca d’una nuova sostanza che permettesse di superare l’ostacolo dovuto dall’azione del DPP-4. Infatti, (udite, udite!) dalla saliva d’un ramarro, che vive nel deserto dell’Arizona il “Gila Lizard”, hanno estratto una sostanza chiamata Exenatide che si è rivelata essere un analogo del GLP-1, ossia che esercita un’azione analoga, ma che non viene distrutta dall’enzima DPP-4.
L’Exenatide ha già trovato delle applicazioni cliniche ed ha già ottenuto l’approvazione della F.D.A. americana e sarà, verosimilmente sul mercato europeo nel corso del 2007.
Inconveniente: deve essere iniettato con 2 iniezioni giornaliere.

Altri medicamenti
La ricerca è riuscita a trovare altre soluzioni. Ad esempio, un altro analogo del GLP-1, il Liraglutide, che contrariamente all’Exenatide, possiede una lunga durata d’azione, e quindi necessita d’una sola iniezione alla settimana (?).

Le gliptine
Le gliptine sono degli inibitori del DPP-4 e come tali esercitano un’azione permissiva sul GLP-1, nella misura in cui il GLP-1 non viene più inattivato e degradato dal DPP-4. Queste gliptine sono già in una fase di studio avanzata. La più avanzata, in fase III è la Vildagliptina, della Novartis, ma altri prodotti sono già allo studio, come ad esempio la Sitagliptina della Merck e la Saxagl iptina della Bristol-Myers-Sqibb.

Il loro vantaggio indiscutibile è che sono disponibili ed utilizzabili sotto forma di pastiglie. Tutte le gliptine, pur nella loro fase sperimentale iniziale, hanno dimostrato la loro efficacia sia ottenendo un abbassamento dell’Hb A1c sia una riduzione ponderale. Se queste proprietà dovessero essere confermate, come pure la loro innocuità sui tempi lunghi, il loro arrivo sul mercato, costituirà un notevole arricchimento dell’arsenale terapeutico per la cura del diabete di Tipo 2.

Il loro impiego diverrebbe obbligato qualora le ricerche sull’uomo confermassero quanto constatato sull’animale, ossia che sono in grado di stimolare la rigenerazione delle beta-cellule.

fonte

aprile 24, 2018

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