Parlami di te come medico e ricercatore. Prima intervista della nuova rubrica al prof. Enzo Bonora.

 

 

Vogliamo conoscere da vicino i medici diabetologi e ricercatori che si sono distinti nel loro lavoro. Iniziamo questa rubrica con il prof. Enzo Bonora.

 

Il Prof. Enzo Bonora attualmente ricopre questi ruoli: Professore ordinario di Endocrinologia, Responsabile Sezione di Endocrinologia, Diabete e Metabolismo, Dipartimento di Medicina, Facoltà di Medicina dell’Università di Verona,Direttore UOC Endocrinologia, Diabetologia e Malattie del Metabolismo presso Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata Verona. 

 

1) Da quanto tempo  (esercita la professione di diabetologo) si occupa della cura delle persone con diabete? Perché ha deciso di specializzarti in diabetologia?

Quasi 40 anni, dall’epoca della laurea in medicina del 1979, ma ho iniziato come studente del quarto anno a frequentare un reparto universitario dove si occupavano di clinica e di ricerca sul diabete. Ho conosciuto bravi colleghi che facevano questo lavoro e loro hanno fatto scoccare la scintilla.

2) Quanto tempo, mediamente, dedica per una visita al paziente?

Nota dolente, molto dolente. Io non sono capace di visitare una persona senza chiedere tutto del passato, come insegnato dai testi sacri. Quella che tecnicamente si chiama anamnesi (familiare, fisiologica, patologica remota e recente). Potrà essere considerata una sciocchezza,e la gran parte delle volte è effettivamente poco utile per il caso in esame, ma non sono capace di evitare di chiedere ad una signora di 80 anni a che età ha avuto le prime mestruazioni. E non sono capace di fare una visita senza un completo esame obiettivo (a partire dalla testa per finire ai piedi, tanto importanti da esaminare nel diabete). In sintesi, se si tratta di una persona che vedo per la prima volta, la visita non dura mai meno di 50-60 minuti. Se ha il diabete il tempo minimo è un’ora ma a volte mi serve un’ora e mezza o più. Dipende dalla storia, dalla terapia in atto, ecc. Il tempo necessario è maggiore se si tratta di diabete di nuova diagnosi, con necessità di cominciare l’educazione (glucometro, iniezioni insulina, ipoglicemia, alimentazione, attività fisica, ecc.). Se si tratta di una visita di controllo in persona a me già nota, il tempo scende a circa 30 minuti ma in caso di diabete può diventare di più. Questi tempi sono incompatibili con i tempi delle agende dei centri diabetologici e infatti quando vado io a fare l’ambulatorio al mio centro (cosa che ormai accade molto di rado perché ho molte altre cose da fare), dopo un po’ i pazienti in sala d’attesa cominciano a lamentarsi ed è successo che arrivasse l’infermiere a chiedermi di accelerare o a chiedermi di farmi sostituire da qualcuno che fosse più rapido di me. Nel mio centro i tempi previsti sono 45 minuti per la prima visita e 15-20 minuti per le visite di controllo. Troppo poco ma, come spesso discutiamo con i colleghi, prolungare i tempi delle visite portandoli all’ideale comporterebbe raddoppiare l’intervallo fra una visita e l’altra oppure dire alla metà dei pazienti di non venire più al centro per poter dedicare un tempo maggiore agli altri. Non possiamo farlo e quindi cerchiamo di fare il nostro meglio con i tempi incalzanti che abbiamo, cercando di assistere quante più persone possibile. Da tempo dico che considerando il raddoppio dei casi di diabete in Italia (2 milioni 30 anni fa, 4 milioni oggi), il numero dei diabetologi (così come quello degli infermieri e dei dietisti esperti di diabete) dovrebbe raddoppiare.

3) Ricorda quando le è pesato di più il momento della diagnosi di un diabete tipo 1?

Non ricordo un caso specifico più pesante di altri: ogni volta che si fa una nuova diagnosi di diabete tipo 1 ad un ragazzo o un giovane adulto non si è certo rilassati nel dirgli che la sua vita da quel momento in avanti deve tenere conto anche della compagnia di quel “bastardo del diabete”, come lo definiamo noi. Però dobbiamo rassicurare sul fatto che quella compagnia è scomoda ma non potrà impedire successi in tutti i campi (famiglia, lavoro, sport, ecc.). E spiegare che spesso chi ha il diabete tipo 1 diventa migliore di altri.

4) Quale è l’età media dei suoi pazienti tipo 1? E tipo 2?

Io non faccio il pediatra e vedo occasionalmente soggetti di età inferiore a 18 anni. Di solito mi portano i casi complessi in cui si spera che io possa dare qualcosa in più. In genere però non è così. Quella complessità spesso è dettata dalla non accettazione della malattia e dalla continua ricerca di qualcuno che dice cose più accettabili. I miei pazienti con diabete tipo 1 hanno in media 40 anni. I tipo 2 invece circa 60 anni.

5) Riconosce alcuni atteggiamenti che si ripetono nei pazienti diabetici? Cosa la colpisce di piu?

La mancata partecipazione attiva alla cura: diari glicemici incompleti, lipodistrofie per la continua iniezione nelle stesse aree, mancata applicazione delle raccomandazioni sull’alimentazione e l’attività fisica. E una serie incredibile di convinzioni sbagliate anche in persone che sono state addestrate su tutti gli aspetti della gestione della malattia.

6) Nella sua casistica  sono più aderenti alla terapia gli uomini o le donne? E secondo lei perché?

Se nella terapia, come dovrebbe essere, mettiamo anche il monitoraggio glicemico domiciliare, direi che le donne sono un po’ più scrupolose nel misurare e nel portare a vedere i dati. Se consideriamo l’aderenza alle raccomandazioni sull’alimentazione e l’attività fisica vincono gli uomini. Se consideriamo l’aderenza all’assunzione dei farmaci direi che è un pareggio. Il perché non è facile da identificare ma vere giustificazioni non ce ne sono. L’unica è che forse noi abbiamo le nostre colpe: non abbiamo spiegato bene certe cose.

7) Secondo lei la malattia diabetica é  conosciuta in modo corretto con le differenze tra t1 e t2 o prevale ancora il concetto di diabete tipico di 30 anni fa?

C’è ancora molto da fare per aumentare il livello di conoscenza sul diabete, a tutti i livelli: persone con la malattia, familiari, addetti alla cura (specialisti e medici di famiglia, infermieri, dietisti, ecc.), decisori in sanità, società nel suo complesso. La strategia che io personalmente ho adottato da tempo è di non nascondere i rischi della malattia. Forse in questo modo si ottiene più attenzione e consapevolezza che serve maggiore conoscenza.

8) Secondo lei la responsabilità di tale disinformazione a chi si può attribuire?
(Fonti pubbliche, medici, pazienti, assenza di campagne pubbliche, o cosa?)

A tutti questi ma in primis al Ministero della Salute. E’ lo stato e lo stato ha radio e televisioni. Da anni imploro di fare campagne divulgative sul diabete. Non con uno spot di pochi secondi mandato in onda poche volte in un anno ma con una campagna massiccia, martellante, che spieghi cosa è la malattia, come prevenirla, come monitorarla, come curarla. Una campagna che ricordi i numeri che io faccio sempre vedere: complicanze, mortalità. Non si sono nascosti i rischi del fumo di sigaretta, dell’alcol, della eccessiva velocità alla guida, ecc. Perché si deve nascondere il diabete? Perché si deve lasciare che le persone si facciano uccidere dal diabete senza spiegare come fare ad evitarlo?

 

9) E’ soddisfatto del suo lavoro?

Da 1 a 10, dove 10 significa molto soddisfatto? 10 è troppo poco.

10) Ha un sogno nel cassetto come diabetologo o ricercatore?
Come clinico il sogno è che tutte le persone con diabete possano essere curate anche nei centri diabetologici oltre che dal proprio medico di medicina generale. Oggi solo il 50% in Italia è assistito nei centri e questo non va bene perché chi è assistito anche nei centri ha una importante riduzione della mortalità. Fare questo sarebbe possibile e sostenibile. E’ un sogno a portata di mano e in tempi non lunghi.

Come ricercatore il sogno è che si possa trovare il modo di togliere le iniezioni di insulina (o la necessità di microinfusore) a tutti i diabetici tipo 1 e a quelli con tipo 2 che sono molto insulino-carenti. E’ un sogno di quelli con la S maiuscola. Finora non si è riusciti ma io insisto a sognarlo.

Grazie  prof. Bonora e incrociamo le dita affinchè il suo sogno si avveri presto.

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