Le sessioni scientifiche dell’American Diabetes Association, ottantaseiesima edizione, si sono tenute a New Orleans dal 5 all’8 giugno con oltre undicimila partecipanti e hanno portato all’attenzione i risultati dei trial REIMAGINE su CagriSema, una combinazione a dose fissa di cagrilintide e semaglutide studiata per il diabete di tipo 2.
Nel confronto con placebo, due dosaggi settimanali di CagriSema hanno mostrato una riduzione dell’emoglobina glicata pari a 19,7 e 16,4 millimoli per mole nei due gruppi trattati, contro un calo di 1,1 millimoli per mole nel gruppo placebo. Nel trial REIMAGINE-1, condotto su adulti mai trattati in precedenza, la diminuzione ha raggiunto punte fino all’1,8 per cento con un calo di peso attorno al 14 per cento.
Che cosa è CagriSema
La molecola combina due principi con meccanismi differenti. Il semaglutide è un agonista del recettore del GLP-1, già ampiamente utilizzato nel diabete e nell’obesità, mentre il cagrilintide agisce come analogo dell’amilina, un ormone che concorre alla regolazione del senso di sazietà e dello svuotamento gastrico. L’ipotesi degli sperimentatori è che l’azione congiunta rafforzi sia il controllo glicemico sia la perdita di peso.
I dati vanno letti con cautela. Si tratta di risultati di studi clinici presentati a un congresso e non ancora tradotti in una disponibilità sul mercato, che dipenderebbe dalle valutazioni delle agenzie regolatorie. Le riduzioni riportate restano tuttavia rilevanti sul piano statistico rispetto al placebo.
Il filone degli incretinici orali
Accanto a CagriSema, il congresso ha dato spazio ai dati di fase 3 di orforglipron, un agonista del recettore del GLP-1 a piccola molecola somministrabile per bocca e senza vincoli legati all’assunzione di cibo o liquidi. Il programma di studi ne ha valutato sicurezza ed efficacia nel controllo glicemico delle persone con diabete di tipo 2.
La formulazione orale rappresenta un potenziale punto di svolta, perché supererebbe la barriera dell’iniezione che ancora frena l’aderenza in una parte dei pazienti. Anche in questo caso, però, il percorso dalla presentazione dei dati alla pratica clinica passa dalle autorizzazioni e da un’ulteriore verifica su popolazioni ampie.
I temi emersi dalle sessioni
- Terapie incretiniche orali in fase avanzata di sperimentazione.
- Insuline a somministrazione settimanale in sviluppo.
- Nuove evidenze a sostegno di semaglutide e tirzepatide.
- Approcci rigenerativi e capaci di modificare il decorso del diabete di tipo 1.
Il peso delle terapie consolidate
Il congresso ha confermato anche la centralità di molecole già in commercio. Le sessioni hanno raccolto nuove evidenze a sostegno di semaglutide e tirzepatide, i farmaci che negli ultimi anni hanno spostato l’asse del trattamento del diabete di tipo 2 verso terapie capaci di agire in parallelo su glicemia e peso corporeo. È il quadro in cui si inseriscono i candidati ancora in sperimentazione.
Sul fronte dell’insulina, gli sperimentatori hanno dato spazio alle formulazioni a somministrazione settimanale, pensate per ridurre il numero di iniezioni. Anche in questo caso l’obiettivo dichiarato è l’aderenza: meno somministrazioni possono tradursi in un uso più regolare della terapia, un elemento che pesa sugli esiti a lungo termine tanto quanto l’efficacia della singola molecola.
Verso terapie che cambiano il decorso
Tra gli argomenti più seguiti a New Orleans figurava la crescente attenzione verso strategie in grado non solo di abbassare la glicemia, ma di incidere sull’evoluzione della malattia, incluse le ricerche sulle cellule beta e sull’ingegneria cellulare per il diabete di tipo 1. È il segno di un campo che prova a spostarsi dal controllo dei sintomi alla modifica dei meccanismi.
Il calendario dei prossimi mesi sarà scandito dai dossier che le aziende presenteranno alle autorità regolatorie. Saranno quelle decisioni, più della platea di un congresso, a stabilire quali tra le molecole discusse a giugno arriveranno davvero al letto del paziente.